La frana del Vajont

Alle ore 22,39 del 9 ottobre 1963 un’enorme frana, staccatasi dal fianco settentrionale del monte Toc, è scivolata nel bacino del Vajont con una velocità massima compresa tra 70 e 100 km/ora ed è risalita sulla sponda destra opposta, sopra il livello della diga. La frana, dello spessore medio di 200 m su un fronte di 1800 m, per un volume di 260 milioni di mc, aveva il punto di distacco oltre 600 m sopra la diga.

Il tempo di caduta della frana, che si è mossa compatta, è stato valutato tra 20 e 25 secondi: al momento della tragedia, l’acqua nel bacino era 22 m sotto il livello di massimo invaso.

L’ondata, prodotta dall’impatto della frana nel lago, dopo aver distrutto gli alloggiamenti del personale e le strutture ausiliarie della diga, si è divisa: una parte verso est, cioè verso la coda del lago, distruggendo delle frazioni di Erto attorno al lago; l’altra ondata, del volume di 25 – 30 milioni di mc, passata sopra la diga, si è incanalata nella forra del Vajont verso il Piave e lo ha oltrepassato, distruggendo quasi tutto l’abitato di Longarone e danneggiando altre località limitrofe.

Le vittime sono state 1910: la maggior parte (1458) nel comune di Longarone (Belluno), le altre nei comuni di Castellavazzo (Belluno) e di Erto Casso (Pordenone).

La testimonianza

Gli avvenimenti della vita mi hanno portato ad essere testimone diretto di alcuni fatti che precedettero e seguirono la catastrofe del 9 ottobre 1963, quando perirono quasi 2000 persone e, tra queste, alcuni amici e colleghi di lavoro dell’ENEL, tra cui il mio diretto superiore.

I fatti qui ricordati, anche se non hanno un valore rilevante, sono tuttavia dei micro tasselli che dovrebbero aiutare a completare una di quelle parti del mosaico della tragedia che, a mio giudizio, ancora mancano.

Questo non è un diario. Sono ricordi e precisazioni di una vicenda ormai lontana nel tempo, e riguardano solo gli aspetti tecnici della gestione operativa delle opere idrauliche ed elettromeccaniche del Vajont che, inserite nel complesso sistema idroelettrico del Piave, funzionalmente dipendevano da una direzione che si trovava presso la centrale di Soverzene.

Se per legge naturale i ricordi tendono a impallidire con il passar del tempo, quelli vissuti in quei giorni, anche a distanza di anni, sono rimasti nitidamente impressi nella mia memoria. Sono ricordi di persone, di eventi e di emozioni provate allora e che ancora rivivo, anche con forte intensità, come quando, recentemente, da un cassetto, sono ricomparsi dei frettolosi appunti presi in quei giorni, assieme a foto scattate giorni dopo allo sbarramento di Soverzene o qualche tempo dopo nella centrale distrutta del Colomber. È un amaro tuffarsi nel tempo e nella storia.

Intensità ed emozione perché la tragedia del 9 ottobre è stata come uno spartiacque della mia vita che, da allora, divido in due fasi: il prima e il dopo Vajont.

Fino a qualche tempo fa non pensavo di mettere su carta questi ricordi, concentrati principalmente nella giornata del 9 ottobre, ma anche riguardanti il come i vari accadimenti erano conosciuti e vissuti dalla direzione di Soverzene. Se lo faccio ora, a quasi 50 anni dai fatti, è perché stimolato da amici ed ex colleghi di lavoro.

Il racconto

Ho impostato questo scritto in due parti.

Nella prima riporto sia gli aspetti tecnici dell’insieme delle opere idrauliche che costituivano il “Grande Vajont” sia l’evolversi degli avvenimenti accaduti prima e dopo la caduta della frana.

Per la zona del Vajont l’esposizione riguarda anche la realizzazione di quelle opere che, dopo la tragedia, furono giudicate indispensabili sia per la messa in sicurezza dell’intero bacino che per la ripresa della sua funzionalità, nel contesto degli altri impianti idroelettrici con cui interagiva.

In alcuni di questi lavori sono stato coinvolto, prima come vice e poi come responsabile della gestione anche degli altri impianti che costituivano il complesso sistema idroelettrico Piave-Boite-Maè- Vajont.

Nella seconda parte rievoco, fra l’altro, quelle che, per mia diretta conoscenza, furono le disposizioni avute dalla direzione nei giorni immediatamente precedenti e nelle ultime ore prima della caduta della frana, inerenti l’esercizio della diga e la sicurezza del personale che vi operava.

Mi sono riproposto di separare i fatti dalle opinioni e, per favorire una maggiore comprensione dell’esposizione, ho ritenuto, dove mi è sembrato utile, introdurre anche dei dati tecnici relativi alle caratteristiche e al funzionamento di alcuni manufatti.

Infine, questo libro può anche fornire ai visitatori della diga, un’opportuna integrazione alla conoscenza dei luoghi che furono all’origine della tragedia, ma che solo in parte si possono vedere o visitare.

 

Il testo è stato tradotto anche in inglese e francese ed è disponibile anche in queste lingue, per maggiori informazioni contatta l’autore.

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